MEDEA IN CORINTO: l’originale regia di Francesco Micheli

Il regno di Corinto esulta per le prossime nozze tra il principe Giasone e Creusa, figlia del re Creonte. La felicità generale viene però funestata dalla presenza di Medea (moglie abbandonata di Giasone), famosa e temuta maga e di Egeo (principe di Atene) pretendente alla mano di Creusa ma inviso a Creonte. Al momento del matrimonio, Medea rovescia l’altare sacro, interrompendo il rito e profanando il tempio, mentre Egeo guida un manipolo di suoi uomini per impossessarsi di Creusa. Il colpo fallisce: il principe ateniese va in prigione e il popolo si appresta a festeggiare e riprendere le interrotte nozze.

Medea, intanto, medita una vendetta tremenda: fingendo di chiedere perdono a Creonte, manda i loro figli presso di lui per regalare a Creusa una splendida veste nuziale, intrisa di un potente veleno mortale. Appena Creusa la indossa, muore tra atroci dolori: Giasone e Creonte, infuriati, corrono verso la casa della maga per vendicare la fanciulla.

Ma Medea afferma di dover essere punita per una colpa ben più grave: per far soffrire Giasone, ha ucciso i figli che ha avuto da lui durante il loro matrimonio. Dopo aver maledetto l’infedele, Medea fugge verso Atene con Egeo, mentre il regno di Corinto viene sconvolto dalle sue magie.

E’ la trama di ‘Medea in Corinto’, l’opera commissionata dal Teatro ‘San Carlo’ a Simon Mayr sulla scia dei successi ottenuti dal giovane compositore nelle stagioni 1810-12 al ‘Teatro del Fondo’.

Per il libretto Mayr si rivolse ad un giovane, promettente poeta, Felice Romani (che si rivelerà uno dei più prolifici del suo tempo) sperimentato con ottimi risultati pochi mesi prima al ‘Sant’Agostino’ di Genova come autore de La rosa bianca e la rosa rossa (1813).

Romani scelse Médée, il soggetto reso popolare da Cherubini e scrisse così il suo primo libretto completamente originale. L’opera debuttò sulla scena il 28 novembre 1813 con Isabel Angelica Colbran (futura moglie di Rossini) nel ruolo del titolo.

Rispetto alla raffinata, classica compostezza della Médée cherubiniana, l’opera di Mayr propone una rilettura fortemente drammatica della tragedia, come si evince chiaramente dall’epilogo di grande efficacia scenica di entrambi gli atti.

In tutta la partitura, eminente è il ruolo dell’orchestra, memore sia dei classici viennesi che dei clamori delle musiche rivoluzionarie francesi, nonché arricchita dall’apporto – in Italia all’epoca decisamente insolito – di singoli strumenti capaci di conferire un colore specifico alla scena (le percussioni, l’arpa, i tromboni). In un secondo momento i recitativi secchi previsti

dapprima da Mayr vennero, probabilmente su richiesta del teatro stesso, ridotti drasticamente e trasformati in recitativi accompagnati.

Avendo riscosso grande successo, l’opera fu rappresentata negli anni seguenti in numerosi teatri italiani ed europei, fino a scomparire dai cartelloni. Per una riscoperta in tempi moderni, si deve attendere fino al 1977, con Leyla Gencer protagonista al ‘San Carlo’. Nel 2010 fu nuovamente rappresentata a Monaco di Baviera nel Nationaltheater con la direzione musicale di Ivor Bolton; nel 2015 è andata in scena al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca il cui fine è la riproposizione di opere poco rappresentate o scomparse dai cartelloni.

E’ noto che per le recite del 1821 al Teatro Sociale di Bergamo (con Elisabetta Manfredini nel ruolo del titolo), il musicista rielaborò diverse parti dell’opera, specie quelle inerenti Creusa e Egeo.

Ed è questa edizione che- per la prima volta in epoca moderna- viene rappresentata in seno al Festival Donizetti 2021 (dal 18 novembre al 5 dicembre 2021) per il progetto #donizetti200, nello stesso teatro per il quale fu scritta, esattamente due secoli dopo.

Come sembrano mostrare alcuni passaggi stilisticamente non affini all’autore, probabilmente anche il giovane Gaetano Donizetti fu coinvolto nella riscrittura dell’opera: fu, d’altronde, il miglior allievo delle sue ‘Lezioni caritatevoli di musica’ (1805) da cui discende l’attuale Civico Istituto Musicale della città lombarda.

Il debutto al Festival Donizetti 2021 è avvenuto con grande successo il 20 novembre dopo un’applauditissima anteprima Under30 (repliche sabato 27 novembre e sabato 4 dicembre).

La nuova produzione dello spettacolo è firmata dal direttore artistico del Festival Francesco Micheli che interpreta – assieme al drammaturgo Davide Pascarella – la celebre vicenda mitologica come un viaggio a ritroso di Giasone e dei due figli dal 2021 alla metà degli anni Sessanta: con Medea forma una coppia di migranti verso il benessere delle grandi città nel boom economico, durante ‘i terribili anni Settanta’.

La regia di Micheli è estremamente originale, perché assume come punto di vista per la terribile vicenda -fatta di liti e schermaglie tra le due coppie- quello delle vittime designate, i figli, che nell’opera sono vittime due volte: prima dello scontro tra i genitori e poi della mano assassina della madre.

‘Rileggendo le varie versioni di Medea – racconta Micheli- mi è balzata agli occhi la circostanza che i suoi figli non parlano mai. Noi cerchiamo invece di farli parlare, di descrivere il loro dolore. I giovani non provano dolore’, dice la vecchia Ecuba in Euripide. Al contrario, noi crediamo di sì, e che il loro dolore, benché nell’opera sia muto, sia sofferenza vera. Se c’è un punto di

vista che abbiamo scelto per guardare la vicenda, è proprio quello dei figli di Medea e Giasone, che alla fine sono le vere vittime di questo scontro. E allora la storia di Medea diventa una metafora emotiva che ricorda quella di Edipo o degli altri miti di cui la psicanalisi ci ha spiegato le ragioni. L’epica classica inscena i nostri mondi interiori, ci svela nelle nostre fragilità e nelle nostre sofferenze e in qualche modo le spiega. E questo benché tutte le azioni violente che si verificano nell’opera siano metaforiche. Ma, in fin dei conti, nessuno ha ammazzato il padre per giacere con la madre, ma tutti hanno vissuto il complesso di Edipo. Allo stesso modo, nello spettacolo i figli di Medea non moriranno ‘davvero’, ma la vicenda sarà un teatro della memoria dove essi rivivranno la morte, metaforica ma lo stesso dolorosa, che è per ogni figlio il dissidio fra i genitori’.

L’opera finisce con Medea che se ne va di casa con i figli, lasciando il marito morente, vecchio e malato di Parkinson.

Le scene – realizzate con elementi originali dell’epoca – sono firmate da Edoardo Sanchi, i costumi da Giada Masi, le luci da Alessandro Andreoli.

Parlando di Mayr il direttore Jonathan Brandani sostiene:

‘E’un musicista che mi affascina e trovo profondamente ingiusta la sua scomparsa dai cartelloni. Suonandola al pianoforte, la sua musica da l’impressione di ascoltare un Mozart che non è morto e che ha potuto sviluppare quelle intuizioni preromantiche che si avvertono nelle pagine dei suoi ultimi anni.

Insomma, l’impronta è inconfondibilmente mozartiana, ma con una sensibilità già ‘moderna’. Aggiungo che Mayr fonde le due grandi tradizioni musicali dell’Europa del suo tempo: quella tedesca, nell’attenzione agli aspetti armonici, al contrappunto, alla ricchezza della scrittura strumentale che però è mantenuta in un ambito quasi cameristico e quella italiana per la sua cantabilità e per la fiducia nelle possibilità espressive della voce umana.

La partitura è ricca di momenti concertanti, ma l’ultima parola, diciamo così, l’ha sempre il cantante. Anzi, talvolta Mayr esplora con grande originalità e sensibilità le possibilità evocative della voce. Sono momenti non frequenti, ma qui davvero l’urgenza espressiva del canto diventa modernissima’.

Interprete principale nel ruolo del titolo è Carmela Remigio che in questi anni sta compiendo un ampio percorso in scena, circondata da un cast all’altezza della situazione che riunisce Marta Torbidoni (Creusa), Michele Angelini (Egeo), Juan Francisco Gatell (Giasone), Roberto Lorenzi (Creonte), Caterina

Di Tonno (Ismene), Marcello Nardis (Tideo).

Bello spettacolo!

Paola Cecchini

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